La Storia

Anticamente...

Il complesso di Corte San Ruffillo ha origini antichissime. Nelle Ratio Decimarum del 1290, ovvero nel registro delle decime che venivano riscosse dallo stato della Chiesa, questo luogo si chiamava "Plebis S. Rophilli", era inserito all'interno della Diocesi di Forlimpopoli e pare sorgesse nel sito dell'antico castello dei Conti Guidi. Secondo le fonti, infatti, la fondazione della Chiesa sarebbe datata intorno all'XI secolo, anche se la tradizione popolare fa risalire la casa canonica, la chiesa attigua, le cantine e i servizi annessi al periodo della predicazione di San Rufillo Martire, vescovo di Forlimpopoli, morto a 90 anni nel 382 d.C. Di certo però la chiesa è antecedente al 1290: infatti una Bibbia conservata negli archivi Vaticani, miniata dal monaco Ugo da San Rufillo che visse a Dovadola è datata 1163. Questo, dunque, prova che già prima di quella data San Ruffillo era un luogo di culto conosciuto e frequentato. Si tramanda infatti che i resti mortali di San Rufillo, morto a Portico di Romagna, fossero stati trasportati più a valle dal fiume Montone e nel luogo in cui furono rinvenuti venne eretta la prima pieve dedicata al Santo Vescovo.

San Rufillo martire

Di Rufillo non si hanno notizie certe; di lui rimangono solo poche tracce scritte, oltre alla tradizione che si è tramandata oralmente tra i fedeli. La leggenda ci racconta che Rufillo, evangelizzatore, insieme a san Mercuriale, vescovo di Forlì, uccise un drago che si trovava fra le località di Forlimpopoli e Forlì. La figura del drago rappresentava, in chiave metaforica, l'idolatria. Ruffillo infatti predicò a lungo fra i pagani e contrastò insieme ad altri vescovi, come san Leo di Montefeltro, san Gaudenzio di Rimini, san Piero Crisologo di Ravenna e san Geminiano di Modena, l'eresia ariana, che all'epoca era molto diffusa in Romagna.

Il restauro del '700

Il restauro più noto risale al 1781. Fu Piero Leopoldo I a voler realizzare il recupero dell'intero complesso di San Ruffillo, a seguito del terremoto avvenuto proprio quell'anno. Piero Leopoldo I regnò come Granduca di Toscana dal 1766 al 1791 e fece ricostruire la Chiesa e la Canonica dall'architetto fiorentino Bernardo Fallani. In quell'epoca, infatti, la Corte si trovava nel territorio della Romagna Toscana. Ancora oggi sono visibili la cifra toscana nei portali e nelle cornici delle finestre in pietra serena, su un fondo a intonaco tinteggiato.

L'Ottocento e Villa Filetto.

Nei primi decenni dell'Ottocento venne costruita Villa Filetto, la casa padronale attigua alla canonica, che negli anni ospitò diverse famiglie locali, alle volte anche più nuclei familiari contemporaneamente, distribuiti sui diversi piani dell'edificio. In ogni piano, infatti, era presente, tutt'ora ben visibile, almeno un grande camino che serviva sia per il riscaldamento che per cucinare. La scala centrale, particolarmente degna di nota, ripropone i colori toscani, il grigio della pietra serena e il bianco dei muri tinteggiati.

Il passato prossimo.

"Fu proprio vedendo questa scala che mio padre si innamorò dell'edificio e decise seduta stante di acquistarlo nonostante versasse in condizioni precarie. L'esterno, poi, tinteggiato di azzurro vivo, nulla lasciava presagire della bellezza che invece si rivelava all'interno, nei camini, nelle volte a crociera e negli ampi spazi, degni di una casa padronale, appunto."
Seguì poi immediatamente una ristrutturazione veloce ed efficace, dove l'obiettivo fu di mettere in sicurezza tutti i locali, dotarli di servizi igienici e di acqua calda, giusto per poter ospitare qualche amico per il pranzo della domenica. Dal 1989, però, la grande casa in sasso divenne la dimora di tutta la famiglia che qui si trasferiva da giugno a settembre per sfuggire dalla mucillaggine e dalla calura estiva che affliggeva Forlì e la pianura Padana. Cominciò così la frequentazione assidua di San Ruffillo, così vicina e del parroco Don Antonio Zauli, uomo poliedrico e pieno di idee e di risorse. Produceva infatti vino, il "vino del prete", aveva avviato l'attività di un guantificio e di un allevamento di suini, quest'ultimo proprio adiacente alla canonica. Don Antonio succedette a Don Pompeo Nadiani, fine latinista, noto per la sua grande cultura e amore per le lettere antiche. Zauli era piuttosto un uomo d'azione: si racconta che durante la celebrazione della Messa, oltre ad officiare il rito, non solo suonasse l'organo dietro all'altare, ma trovasse anche il tempo di correre a casa per controllare le pentole lasciate sul fuoco.
"Con Don Antonio i nonni paterni Bruna ed Edmondo celebrarono nella chiesa di San Ruffillo l'anniversario dei 50 anni di matrimonio, le nozze d'oro."

Trascorsero poi anni di lontananza della famiglia dalle colline dovadolesi, il Parroco fu messo a riposo per ragioni di età e di salute ed infine, purtroppo, venne a mancare. La canonca fu quindi venduta ad un privato che, dopo un iniziale periodo in cui aveva stabilito qui la sua residenza, la rimise in vendita.
"Mio padre si decise all'acquisto non tanto per ragioni sentimentali, ma pratiche: nonostante, infatti, i luoghi fossero pieni di cari ricordi famigliari, ad indurlo all'acquisto fu piuttosto il desiderio di indipendenza: non sapendo le sorti della canonica che dipendevano dai desideri del vicino, era meglio poter decidere con autonomia"

2008

Dopo due anni di silenzio, nei quali io ero rientrata da Barcellona e lavoravo come architetto e paesaggista collaborando con un paio di studi locali, la necessità di mettere mano a San Ruffillo fu impellente: bisognava intervenire urgentemente prima di perdere tutto il patrimonio storico. La situazione era grave, tanto che, anche dopo più di un anno di restauro conservativo Luca alla prima visita definì San Ruffillo " un mucchio di sassi", con grande offesa per me. Volevo fortemente ridare vita a quel luogo, ma al contempo senza stravolgerlo, conservarlo come meritava, con una passione del tutto irrazionale. Ho cercato di proteggere ogni sasso e ogni trave, custodi di un tempo che non avevamo il diritto di turbare, ma il dovere di mostrare, anche attraverso i mattoni rotti, gli archi storti, i legni tarlati. Dove poi era necessario intervenire sia per questioni di igiene, ad esempio i servizi, sia di sicurezza, come ad esempio i solai o le travi, l'imperativo era che fosse manifesto l'intervento, che non sorgessero dubbi agli occhi di chi guardava su cosa fosse originale e cosa nuovo. Il mio sogno dopo tre anni e mezzo si è realizzato. Grazie prima di tutto alla mia famiglia che mi ha supportata al di là di ogni logica: la domanda che tutti si facevano, anche se pochi me l'hanno rivolta direttamente, era"perchè spendere tanto tempo, energia e soprattutto denaro in un edificio situato a Casone di Dovadola? Non c'è niente qui! Non il mare, non patrimoni culturali, né il turista né il forlivese verranno mai qui... "
eh già. Perchè farlo? Perchè questa pazzia?
Ad oggi non lo so: sento molta energia tra queste pareti, una sapienza antica nascosta tra i sassi storti, tanta poesia in questo luogo, nei suoi paesaggi quieti, nel rumore del fiume, nella consapevolezza che tanta vita si è susseguita qui prima di noi e spero altrettanta ne verrà, specie ora che tutta la struttura è stata profondamente consolidata grazie all'Ingegner Claudio Dolcini.